Cambiare casa è sempre un’avventura. Ma cambiare continente, eh… quella è un’altra storia! Non stiamo parlando di traslocare nel quartiere accanto o nella città vicina. No. Parliamo di attraversare l’emisfero, di sbarcare in un mondo tutto nuovo, con un’altra cultura, un’altra lingua, un’altra mentalità e – perché no – anche un’altra temperatura.
Insomma, quando tutto cambia, anche tu un po’ devi cambiare. E non basta impacchettare i mobili e spedire le valigie: bisogna fare spazio, dentro, per una nuova vita.
Il cambiamento non è un interruttore
Trasferirsi in Mozambico, a Maputo per la precisione, non è solo cambiare indirizzo. È un cambiamento radicale. E come tutti i grandi cambiamenti, non succede da un giorno all’altro. Ci vuole tempo. Tanto. E pazienza. Tanta anche di quella.
Sì, i tuoi valori li porti con te. La tua famiglia pure. Ma tutto il resto… è un’altra musica. E allora serve elasticità mentale, un pizzico di ironia e la consapevolezza che anche alcune delle tue convinzioni – quelle che pensavi incrollabili – possono iniziare a traballare. E va bene così.
Un tuffo nell’ignoto (ma con le pinne)
Siamo atterrati a Maputo il 16 maggio. Oggi, mentre scrivo, è il 20 giugno. È passato poco più di un mese. Abbiamo vissuto tantissime cose, eppure sembra che non sia ancora abbastanza per sentirsi “arrivati”. E vi dirò il perché.
Il mare è vicino – e chi mi conosce sa quanto io ami il mare – ma, incredibile a dirsi, non ci sono ancora andato. Perché? Due bambini piccoli, mille cose da fare, e la giornata che finisce sempre troppo in fretta. Ah, e il traffico. Ma ci arrivo.
I primi giorni: turista a tempo determinato
All’inizio, sembrava quasi una vacanza. Siamo stati ospiti in un appartamento moderno, con tutti i comfort. Mangiavamo spesso fuori, esploravamo la città, occhi spalancati e cervello in modalità “assorbimento informazioni”.

Poi, il primo ostacolo: guidare.
Sì, proprio quello. Dopo trent’anni al volante, mi sono ritrovato impacciato come un neopatentato. Qui si guida all’inglese, cioè a destra, e non è stato affatto semplice abituarmi. Il traffico è intenso, le regole… beh, diciamo che sono creative. E poi la macchina: un Toyota Prado enorme, che sembra più un carro armato che un’auto da città. Ma serve, soprattutto in stagione delle piogge. E come se non bastasse: non conoscevo le strade.
La prima settimana ho evitato. La seconda ho preso coraggio e ho fatto il famoso salto nell’acqua fredda. Ecco, più che un salto, sembrava un tuffo bendato. Le prime uscite erano una prova di sopravvivenza, ma ora inizio a sentirmi più sicuro. Perché è così: bisogna adattarsi. Forse per me loro guidano come pazzi. Ma forse, per loro, il pazzo ero io.
Nuova casa, nuova avventura
Dopo due settimane abbiamo traslocato nella nostra vera casa. I bambini hanno iniziato la nuova scuola (tutto nuovo, tutto da scoprire). E la casa? Beh, chi si è trasferito almeno una volta all’estero lo sa: gli standard non sono sempre quelli a cui siamo abituati.
Le sorprese? Tante.
La cappa non funziona.
Le formiche hanno deciso che la cucina è il loro regno.
C’è un tubo che perde.
La lavatrice non scarica… perché la fossa biologica è piena (non scherzo).
La lista è lunga, ma inutile annoiarvi con i dettagli. Il punto è: ci si rimbocca le maniche, si trova chi può aggiustare, si sostituisce quello che va cambiato, e – sorpresa sorpresa – si accetta tutto il resto. (Buoni contatti sono il segreto per rendervi la vita migliore.
Riscoprire la gioia nelle piccole cose
Nella nostra vita quotidiana diamo molte cose per scontate, soprattutto i piccoli gesti, i dettagli che ci circondano ogni giorno e a cui non facciamo più caso. Sono lì, ci accompagnano senza che li notiamo davvero. Ma basta che vengano a mancare, anche solo per un po’, perché ci accorgiamo di quanto siano importanti. Si dice spesso: “Capisci quanto ti manca qualcosa solo quando non ce l’hai più”. E questa esperienza, questo nostro trasferimento così radicale, ci ha fatto riflettere anche su questo.
Siamo fortunati. Abbiamo tutto ciò che ci serve e anche di più. Qui, invece, incontriamo ogni giorno persone che vivono con molto meno, eppure conservano una dignità e una serenità che colpiscono. Non voglio fare la morale né lanciare messaggi retorici: quello che mi interessa condividere è come, in certe situazioni, siano proprio le piccole cose a farci sentire meglio, più stabili, più a casa.
Vi faccio un esempio semplice, forse anche banale. Come ho già raccontato, in attesa che arrivi il nostro container con tutte le nostre cose, viviamo con un piccolo kit di sopravvivenza. L’essenziale. Eppure, ci siamo subito accorti che alcune mancanze influiscono sul nostro benessere più di quanto avremmo immaginato. Non avevamo tende alle finestre e la luce del mattino ci svegliava troppo presto. Non avevamo un posto dove mettere i panni sporchi e finivano sparsi ovunque, dando un senso di disordine che, giorno dopo giorno, ci metteva a disagio.
Così abbiamo comprato due semplici cestini per la biancheria e delle tende nuove. E all’improvviso la casa è sembrata un po’ più nostra. Il buio al mattino ha restituito pace ai nostri risvegli. Il disordine è sparito, almeno in parte. Piccole cose, certo. Ma in questo momento, per noi, hanno fatto davvero la differenza. E ci hanno ricordato quanto sia importante riscoprire, ogni tanto, la gioia nelle cose più semplici.
I bambini? Dei piccoli eroi.

I bambini? Loro sono incredibili. Ci provano con tutte le loro forze, e non si lamentano quasi mai, anche se – diciamolo – le aspettative erano un pochino più alte. Avevamo promesso bagni in piscina tutti i giorni, giornate al mare, animali esotici a non finire, partite in giardino, nuovi amici e nuove avventure. E invece… freddo! Niente piscina, niente mare, niente safari improvvisati.
Siamo in città, quindi niente giraffe fuori dalla finestra. Non abbiamo ancora avuto il tempo di organizzare una gita fuori porta – anche se, a dire il vero, basterebbe un’ora d’auto per arrivare al Parco Naturale di Maputo. La scuola? Tutto nuovo, tutto da imparare. E fare nuovi amici non è mai facile, specialmente all’inizio. Ma loro ci provano. Ogni giorno. E la sera si vede la stanchezza sui loro visi, ma non si lamentano. O almeno… non troppo.
Anche per me, una nuova identità
Un’altra parte importante di questo cambiamento? Il mio ruolo. Sono passato dal lavorare ogni giorno in un ufficio a essere amministratore domestico e padre a tempo pieno. Un cambiamento bello tosto. Per fortuna, però, ero preparato. Lo sapevo, lo avevamo deciso insieme, e io avevo già iniziato a costruire dentro di me questa nuova identità.
Avevo i miei piani, e li sto portando avanti, giorno dopo giorno. Questo blog è uno di quei piani. Scrivere mi aiuta a riflettere, a rielaborare, e – spero – anche a connettermi con chi magari si trova in situazioni simili. Essere pronti prima di partire, per me, ha fatto tutta la differenza del mondo.
Casa. O quasi.
Qualcuno ci ha chiesto: “Vi sentite a casa?”
Risposta sincera: No.
Non ancora.
I mobili nostri non sono ancora arrivati, dormiamo su materassi temporanei, la casa è mezza vuota e ci sono ancora valigie aperte in giro. Non è esattamente “accogliente”, ma lo diventerà. Siamo convinti che lo diventerà. Perché sentirsi a casa non è questione di metri quadri o arredamento, ma di tempo, oggetti familiari e abitudini che piano piano si ricreano.
Stiamo male?
No, non stiamo male. Perché sapevamo che non sarebbe stato facile. Nessuna illusione da “nuova vita, felicità immediata”.
Abbiamo scelto di accogliere il disagio iniziale, sapendo che fa parte del gioco. È come piantare un seme: all’inizio non succede nulla, ma sottoterra qualcosa si muove.
E allora sì, lo ripeto ancora una volta: ci vuole tempo.
Non abbiamo ferite da curare, ma una trasformazione da attraversare.
E voi, lettori curiosi e magari un po’ sognatori, ve lo siete mai chiesti…
Quanto siete disposti ad aspettare ? Quanta resistenza, pazienza e resilienza avete ?
Inviatemi i vostri commenti e o i vostri dubbi sarò felice di discuterne con voi.

Ciao Matteo, quello che stai facendo ti farà riflettere sulle piccole cose della vita.