NON E’ LA SPECIE PIU’ FORTE O LA PIU’ INTELLIGENTE A SOPRAVVIVERE, MA QUELLA CHE SI ADATTA MEGLIO AL CAMBIAMENTO” (Cit. C. Darwin).
Questa è la continuazione dell’articolo precedente, e vorrei condividere con voi queste fasi di cambiamento che sto vivendo.
Sì, credo sia giusto parlare di fasi. Nel mio primo articolo vi ho parlato di come il cambiamento non sia facile, anche se crediamo di esserci preparati, di come la realtà sia sempre differente da una stima, e di quante difficoltà si possono incontrare, e via dicendo.
Ho anche confermato che la maniera migliore di affrontare un cambiamento, oltre alla preparazione e alla valutazione dei rischi e degli imprevisti — perché tanto non è possibile prevedere tutto, soprattutto i fattori che non dipendono da noi — sia proprio quella di abbracciarlo.
Accoglierlo, accettarlo, e non provare a contrastarlo, sapendo che il tempo è il vero alleato. Si dice che il tempo cura tutte le ferite, ma io credo anche che ci aiuti ad adattarci.
Adattamento
Ed è proprio di adattamento che voglio parlare oggi.
Ci sto riflettendo da giorni, e trovo affascinante come la nostra mente e il nostro corpo riescano ad adattarsi — chi più, chi meno — a una nuova vita o a una nuova realtà.
Vi ho già parlato delle difficoltà che ho incontrato in questi primi due mesi: il traffico, la guida a destra, il clima diverso, le abitudini che cambiano…
Eppure oggi mi sono reso conto che la mia mente ha già metabolizzato tutto questo.
Stavo guidando, come al solito, e a un certo punto mi sono accorto che non dovevo più prestare tutta quell’attenzione che avevo nei primi giorni, quando ogni manovra era un atto consapevole e faticoso.
Anzi, oggi mi sembrava quasi strano non guidare a destra.
È proprio questo che mi ha colpito: in poco più di un mese, qualcosa che all’inizio era fonte di stress e attenzione si è trasformato in un’abitudine.
E trovo che questo sia davvero affascinante.
Credo che qui ci sia una delle chiavi fondamentali per capire come affrontare i cambiamenti: con perseveranza e accettazione, ogni novità può trasformarsi in qualcosa di familiare.
Nel coaching si dice spesso che uno degli istinti primari della nostra mente è quello di risparmiare energia: il nostro cervello cerca di ridurre gli sforzi il più possibile, e per questo inizialmente resiste a tutto ciò che è nuovo.
Ma col tempo, se insistiamo e manteniamo la rotta, il cervello assorbe questa novità, la elabora, la rende familiare, e smette di vederla come uno sforzo.
Diventa appunto un’abitudine, e tutto diventa più semplice.
Mi viene in mente quando presi la patente: ogni volta che guidavo era faticoso, dovevo pensare a tutto, ogni passaggio era uno sforzo mentale.
Poi col tempo divenne naturale.
E poi ancora, dopo anni, passai al cambio automatico, e di nuovo all’inizio cercavo la frizione inesistente o provavo a cambiare marcia.
Ma anche lì, con il tempo, ci si abitua.
E quando torni al cambio manuale, capita di dimenticarsi di cambiare marcia.
Ma ogni volta che accade, ogni volta che affronti un cambiamento, è un po’ più facile.
È come se il nostro cervello avesse una memoria selettiva, e quando capisce che il cambiamento è reale e duraturo, cancella la situazione precedente per fare spazio a quella nuova.
E se i cambiamenti continuano ad alternarsi, magari salva entrambe le opzioni, rendendo ogni adattamento più rapido.
Il coaching mi ha fatto riflettere mi ha aiutato a dare un senso ai processi che vivo, a riconoscerli, e ad affrontarli con maggiore consapevolezza.
E più ci penso, più mi accorgo che questo schema si può applicare a tutto: al lavoro, alla vita di coppia, al rapporto con i figli…
Anche nei bambini si vede questo processo: all’inizio andare a scuola è stato molto difficile, ma poco a poco sta migliorando.
Stanno assorbendo la novità, stanno imparando ad adattarsi.
Ed è bellissimo vederlo.
E allora torno a riflettere:
Ogni cambiamento può veramente diventare un’abitudine?

Nel mio caso, ero pronto a questo cambiamento.
Sapevo che sarebbe stato difficile, mi ero preparato, e soprattutto, lo volevo.
Ma cosa succede quando non vogliamo cambiare e siamo costretti a farlo? Mi vengono in mente tanti esempi: la morte di una persona cara, la fine improvvisa di una relazione, un licenziamento…
E sì, purtroppo o per fortuna, li ho vissuti tutti.
E li ho superati.
A volte da solo, a volte con l’aiuto di un professionista. Ho scoperto di avere una paura dell’abbandono molto profonda.
La morte di mio padre, quando avevo cinque anni, mi ha segnato in maniera così profonda e inconscia che solo con l’aiuto di uno specialista ho potuto iniziare a comprenderla.
Oggi sono in grado di affrontare un addio in modo molto diverso.
Ma un tempo, ogni volta che venivo lasciato da una fidanzata era un dramma, impiegavo mesi, a volte anni per ritrovarmi.
Mi perdevo completamente.
Cercavo di trasformarmi in ciò che credevo che l’altra persona volesse.
E così facendo perdevo me stesso.
E quando perdi te stesso, è inevitabile che la relazione finisca…
Ma questa, forse, è un’altra storia.
Magari la approfondirò in futuro.
Tre tipologie di cambiamento
Tornando al tema del cambiamento, nel coaching si parla spesso di tre tipi di cambiamento.
Il primo è quello voluto e pianificato, che arriva in un momento di relativa calma e nasce dal desiderio di mettersi in gioco, di sperimentare, di scoprire nuove parti di sé.
Con la giusta preparazione e una visione chiara, non è un cambiamento troppo doloroso, anche se ovviamente non è mai semplice.
Il secondo tipo è quello che arriva dall’esasperazione, dal classico “non ce la faccio più”.
Quando viviamo una situazione che ci svuota di energia ogni giorno, alla fine cambiare diventa quasi un’urgenza.
Spendere per spendere — tanto vale farlo in una direzione che potrebbe farci stare meglio.
Anche in questo caso, però, voglio darvi un consiglio che ho imparato a mie spese:
non prendete decisioni importanti quando siete troppo arrabbiati, troppo tristi, troppo stanchi… ma nemmeno quando siete troppo felici, innamorati o esaltati.
In quegli stati emotivi, non siamo lucidi.
Prendete tempo. Rilassatevi. Chiedete consigli, o almeno confrontatevi.
Aspettate di essere in uno stato di equilibrio prima di prendere decisioni che potrebbero cambiarvi la vita.
E poi c’è il terzo tipo: il cambiamento improvviso, non voluto, non pianificato.
Forse il più doloroso, ma anche, in certi casi, il più facile da accettare, perché non c’è un’alternativa.
Questa consapevolezza l’ho raggiunta solo dopo aver chiesto aiuto, e oggi ve la posso condividere solo perché ci sono passato.
Un coach, uno psicologo, o chiunque abbia gli strumenti per accompagnarvi, può davvero aiutarvi.
Non abbiate paura di chiedere aiuto se vi sentite persi.
Non è debolezza. È un gesto di forza e rispetto verso voi stessi.
Parliamone insieme
E infine vorrei lasciarvi con una domanda.Avete mai vissuto un cambiamento improvviso, non voluto? Come l’avete affrontato? Siete riusciti a superarlo?Se vi va di condividere la vostra esperienza con me, senza impegno e senza costi, io sarei felice di ascoltarvi e, se possibile, provare ad esservi utile.

